Il dirigente non può sospendere ma solo censurare il docente

Dopo le due ordinanze dei giudici del lavoro del Tribunale di Terni che sospendono i provvedimenti disciplinari irrogati dal dirigente scolastico dell'ITT di Terni (iscritte al R.G. n 720 e 721) e la sentenza 700/16 del Tribunale di Potenza ormai i pronunciamenti sono molteplici, anche se fanno testo tra le parti


    Il dirigente scolastico, in quanto tale, è responsabile delle proprie decisioni e, per l'effetto, non agisce all'interno di un vincolo gerarchico in senso stretto, la risposta al quesito va individuata nell'orientamento della prevalente giurisprudenza, secondo il quale la competenza del dirigente scolastico nei confronti dei docenti si esaurisce nelle sanzioni dell'avvertimento scritto e della censura. 
   Va detto subito che le sentenze fanno stato solo tra le parti. Ma è anche vero che, trattandosi di un orientamento ormai consolidato, l'applicazione di sanzioni sospensive a docenti da parte di dirigenti scolastici si infrangerebbe inesorabilmente sotto il maglio del giudice del lavoro. E ciò comporterebbe a sua volta una sorta di non punibilità di fatto nei confronti di eventuali docenti autori di comportamenti antidoverosi. Ipotesi, questa, contraria al principio di buona amministrazione dal quale discende l'obbligatorietà dell'esercizio del potere disciplinare nei confronti dei dipendenti pubblici, al quale è informata la legge 15/2009 e il decreto di attuazione 150/2009. È opportuno ricordare, peraltro, che l'esaurimento del potere disciplinare per colpa del dirigente (per esempio per errata individuazione della sanzione da applicare) comporta l'insorgenza a suo carico della responsabilità disciplinare.
    Allo stato attuale, dunque, costituisce comportamento prudente da parte del dirigente scolastico, in caso di notizia di comportamenti antidoverosi, non costituenti lievi mancanze, da parte di docenti, rimettere tempestivamente gli atti all'ufficio per i provvedimenti disciplinari che, peraltro, è competente anche per le sanzioni più lievi. 
    Ciò vuol dire che, qualora in sede di contraddittorio l'ufficio dovesse accertare che il comportamento oggetto del procedimento dovesse costituire mancanza lieve, potrebbe comunque adottare sanzioni quali l'avvertimento scritto o la censura evitando comunque che il decorso del termine ponga nel nulla l'azione disciplinare.

Deleghe 107: Governo allo sbaraglio, sindacati di base pronti allo sciopero

Decisione sconcertante quella assunta oggi dal Consiglio dei Ministri in materia di deleghe legilastive: in pratica quasi tutti i decreti previsti dal comma 181 della legge 107 sono stati approvati.  

All'appello manca solo la revisione del Testo Unico del 1994, per il resto - se tutto dovesse filare liscio - la legge sulla "Buona Scuola" potrebbe arrivare a compimento entro il 17 aprile prossimo, data ultima al di là della quale non si potrà andare.
Parliamo di scelta sconcertante a ragion veduta. Per esaminare gli otto decreti le Commissioni parlamentari avranno a disposizione esattamente 60 giorni a partire dal momento in cui i testi dei provvedimenti saranno consegnati ai presidenti delle Commissioni stesse (si presume che questo possa avvenire la prossima settimana). Scaduti i 60 giorni il Governo sarà autorizzato ad emanare i testi definitivi dei decreti anche senza il parere di deputati e senatori.
E siccome per esaminare 8 decreti, alcuni dei quali anche particolarmene delicati e complessi come ad esempio quelli sul reclutamento dei docenti, sul sistema 0-6 anni e sulla riforma del sostegno, ci vorranno tempo e attenzione, non è da escludere che i 60 giorni risultino davvero pochi.
A quel punto il Governo potrebbe trovarsi a dover fare i conti persino con gli stessi parlamentari della maggioranza: si può escludere, infatti, che i senatori e i deputati del PD che tra maggio e luglio del 2015 avevano votato obtorto collo a favore della legge 107 per "disciplina di partito" adesso non decidano di dire basta e di mettere in difficoltà la Ministra?
Ministra che, per parte sua, ha già detto che i decreti approvati oggi dal Governo sono solamente delle bozze molto provvisorie e che adesso bisogna aprire un'ampia campagna di ascolto.  Ma allora la domanda è: se queste sono bozze molto provvisorie, perchè non sono state adottate dal Governo già un paio di mesi fa? Se non altro ci sarebbe stato un po' più di tempo per discutere e dibattere.
Intanto sta già partendo la battaglia per contrastare l'approvazione definitiva dei decreti.
Nel pomeriggio del 14 è iniziato un primo giro di consultazioni fra Gilda, Cobas e Unicobas per promuovere uno sciopero di tutto il comparto scuola nella seconda metà di marzo.
E quasi certamente la protesta coinvolgerà anche altri soggetti del sindacalismo di base (Usb e Cub innanzitutto).
Piero Bernocchi, portavoce nazionale Cobas, aggiunge: "Non possiamo non reagire di fronte a questo atto di arroganza. La 107 è stata contrastata in tutti i modi possibili dai lavoratori della scuola; hanno costruito una gabbia e adesso stanno anche pensando di chiuderla definitivamente lasciando dentro insegnanti, studenti e tutti quanti. Le deleghe sono la chiave per chiudere la serratura della gabbia e per distruggere definitivamente il sistema scolastico pubblico".
"Non possiamo accettare che il Governo proceda sulla riforma della scuola senza tenere conto della forte opposizione che c'è stata in questi mesi - sostiene Stefano d'Errico, segretario nazionale Unicobas -sembra quasi che ci si dimentichi che il mondo della scuola ha avuto un ruolo decisivo nella vittoria del NO al referendum.  E poi, nel merito, ci sono aspetti su cui dobbiamo ribadire il nostro dissenso totale: c'è il rischio ad esempio che con la rifoma del sistema 0-6 anni la scuola dell'infanzia venga espulsa dal sistema formativo nazionale, per non parlare degli insegnanti di sostegno che potrebbero addirittura diventare un optional"

verso lo sciopero della scuola contro le deleghe alla 107

Mentre i maggiori sindacati del comparto scuola sembrano voler dare credito alla Ministra e al Governo anche dopo la scelta di dare il via alla fase di attuazione della legge 107, sul versante del sindacalismo di base l'opposizione è netta.

Già nel pomeriggio di sabato c'erano stati alcuni contatti fra Gilda, Cobas e Unicobas per decidere la mobilitazione del mondo della scuola.
Per la verità il coordinatore nazionale della Gilda ha anche precisato che prima di parlare di sciopero sarebbe però opportuno avere in mano i testi dei decreti approvati dal Governo, testo che, a tutt'oggi, sono ancora sconosciuti anche agli addetti ai lavori.
Per intanto, comunque, l'USB fa sapere di essere pronto a proclamare uno sciopero del comparto e definisce "assurda e irresponsabile"  la decisione del Consiglio dei Ministri di approvare e quasi tutti i decreti previsti dal comma 181 della legge 107.
E spiega: "Alcune delle deleghe prevedranno come annunciato anche da questo governo: l'eliminazione del sostegno didattico per molti alunni disabili, l'inserimento della valutazione del percorso di alternanza scuola-lavoro nell'esame di maturità, la destrutturazione della scuola dell'infanzia".
 Le critiche si appuntano in particolare sulla riforma del sostegno: "Sappiamo tutti come il governo pensasse allo stravolgimento della figura del docente di sostegno: il progetto era trasformarlo in una figura meramente tecnica di tipo consulenziale che avrebbe coordinato il lavoro di colleghi curricolari sempre più soli in classi sovraffollate".
Senza trascurare le questioni di metodo: "Ancora una volta tutto avviene senza alcun confronto con il mondo della scuola che con il suo NO ha contribuito in maniera determinante alla caduta del governo Renzi e che ha mostrato una totale disapprovazione della legge 107 che l'attuale esecutivo decide di portare a compimento senza alcuna trasparenza: le associazioni dei genitori degli studenti disabili, i sindacati, i lavoratori della scuola, i cittadini italiani non conoscono ad oggi nemmeno una riga dei testi di legge passati in Consiglio dei Ministri".

Decalogo Cobas per uscire da scuola-azienda: titolarità su scuola, meno orario di cattedra, aumento stipendio, assunzioni, via Invalsi

martedì 20 dicembre 2016

E’ parere largamente diffuso che, sebbene nell’oceanico NO alla riforma costituzionale abbiano certamente contato le volontà di difendere il poco che resta della democrazia istituzionale e della abbondantemente svilita Costituzione, l’elemento principale del NO sia stato il rifiuto delle politiche sociali ed economiche del governo Renzi, e in particolare della “cattiva scuola” della legge 107 e del Jobs Act.

Ma Renzi, nell’imporre un governo-fotocopia, non ha tenuto in alcun conto tali ragioni del NO, riconfermando Poletti, responsabile del Jobs Act, invece di mettere mano – se non altro per evitare il nuovo referendum – almeno a significative modifiche dell’ignobile legge; e, dopo aver mantenuto al governo anche Boschi e Madia, autrici delle altre due riforme bocciate (Costituzione e P.A.), ha silurato solamente la ministra Giannini, che non rimpiangeremo ma che ha solo firmato la distruttiva legge 107, scritta in realtà dai responsabili scuola del PD. T
ant’è che la sostituzione al MIUR ha premiato Valeria Fedeli la quale, oltre ad essere una “pasdaran” renziana, è soprattutto una convinta sostenitrice della legge. Così stando le cose, potrebbe apparire inutile qualsivoglia tentativo di dialogo con la nuova ministra. Pur tuttavia, date le drammatiche condizioni in cui versa la scuola pubblica e i suoi protagonisti, investiti dalla disastrosa legge 107, a compimento di un ventennio di crescente immiserimento materiale e culturale, ci riteniamo in dovere di presentare una sorta di “decalogo” su cui la ministra potrebbe riflettere, nell’eventualità – certo remota – che decidesse di abbandonare la difesa di una legge indifendibile e la nefasta logica della scuola-azienda, per ripristinare i fondamenti della scuola della Costituzione.
1) Gestire la mobilità con titolarità su scuola e non su ambito, ponendo fine agli incarichi triennali non rinnovabili decisi dal preside.
2) Ridefinire l’organico delle scuole: tutti i/le docenti insegnino e tutti/e si facciano carico degli altri compiti necessari per il funzionamento della scuola, riducendo l’orario di cattedra.
3) Destinare i fondi, previsti per la valutazione del sedicente “merito” dei docenti, per la Carta del docente e quelli del Fondo di istituto, alla contrattazione nazionale per un aumento in paga base che, insieme a nuovi fondi da stanziare per il contratto, garantisca a docenti e Ata il recupero di almeno una parte significativa di quel 20 % di salario perso in 7 anni di blocco contrattuale.
4) Rifiutare l’introduzione del “welfare contrattuale”, che destina parte degli aumenti contrattuali a diritti sociali che, costituzionalmente, devono essere garantiti dallo Stato.
5) Assumere i precari – docenti ed ATA – con almeno 36 mesi di servizio su tutti i posti disponibili in organico di diritto e di fatto.
6) Ampliare l’organico ATA, re-internalizzare i servizi di pulizia, eliminare il divieto di nominare supplenti per assistenti amministrativi e tecnici anche per periodi prolungati e nominare i supplenti per i collaboratori scolastici anche per i primi 7 giorni .
7) Contro l’inaccettabile obbligo per gli studenti delle superiori di 400/200 ore di “alternanza scuola-lavoro”, ridare alle scuole la libertà di istituirla o meno, e di determinarne il numero di ore .
8) Eliminare i quiz Invalsi come strumento per valutare scuole, docenti e studenti.
9) Ridurre il numero degli alunni per classe, utilizzando per l’insegnamento i docenti dell’organico di potenziamento.
10) Ripristinare la democrazia nelle scuole, restituendo ai lavoratori il diritto di partecipare alle assemblee indette da qualsiasi sindacato che abbia presentato liste alle elezioni RSU. Applicare un sistema proporzionale di voto senza sbarramenti per la rappresentatività e per l’accesso ai diritti sindacali, con un voto a livello di scuola, uno a livello regionale e uno nazionale per determinare la rappresentatività dei sindacati ai tre livelli.

Dichiarare il falso sull’effettiva presenza a lavoro legittima il licenziamento

venerdì 16 dicembre 2016

Il caso in questione riguarda un licenziamento comminato nei confronti di un lavoratore accusato di “avere tratto in inganno il datore di lavoro in ordine all’orario di servizio prestato per essersi allontanato, con inganno, senza alcuna autorizzazione dall’ufficio, a fronte del sistema di rilevazione delle presenze a mezzo “badge” che attestava l’entrata e l’uscita dal lavoro” .
La Cassazione Civile con la Sentenza 25750 del 14 dicembre 2016 afferma dei principi importanti.
Rileva che “Assume che, ai sensi dell’art. 55 quater del D. Lgs. 165/2001, l’uso fraudolento delle apparecchiature atte a documentare la presenza sul luogo di lavoro e l’utilizzo alterato di queste ultime non si consuma solo nella commissione di condotte volte ad alterare fisicamente il sistema di rilevazione delle presenze ovvero nel far timbrare il cartellino da altri colleghi, ma anche nell’omessa registrazione dell’uscita dal luogo di lavoro e nella attestazione non veritiera sulla effettiva presenza sul luogo di lavoro.
L’art. 55 quater c. 1 lett. a) del D. Lgs 165/2001 ( nel testo applicabile “ratione temporis” alla vicenda dedotta in giudizio, realizzatasi prima delle modifiche introdotte dall’art. 3 c. 1 del D. Lgs 116/2016 ) sanziona con il licenziamento la falsa attestazione della presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente e la giustificazione dell’assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o che attesta falsamente uno stato di malattia.
La chiara formulazione della disposizione ed anche la sua “ratio”, questa evincibile dall’obiettivo, enunciato nel c. 1 dell’art. 67 del D.Lgs. n. 150 del 2009, di “potenziamento del livello di efficienza degli uffici pubblici e di contrastare i fenomeni di scarsa produttività e di assenteismo”, inducono ad affermare che la registrazione effettuata attraverso l’utilizzo del sistema di rilevazione della presenza sul luogo di lavoro è corretta e non falsa solo se nell’intervallo compreso tra le timbrature in entrata ed in uscita il lavoratore è effettivamente presente in ufficio, mentre è falsa e fraudolentemente attestata nei casi in cui miri a far emergere, in contrasto con il vero, che il lavoratore è presente in ufficio dal momento della timbratura in entrata a quello della timbratura in uscita.
La fattispecie disciplinare di fonte legale si realizza, dunque, non solo nel caso di alterazione/manomissione del sistema, ma in tutti i casi in cui la timbratura, o altro sistema di registrazione della presenza in ufficio, miri a far risultare falsamente che il lavoratore è rimasto in ufficio durante l’intervallo temporale compreso tra le timbrature/registrazioni in entrata ed in uscita.
La condotta che si compendia nell’allontanamento dal luogo di lavoro senza far risultare, mediante timbratura del cartellino o della scheda magnetica, i periodi di assenza economicamente apprezzabili è, infatti, idonea oggettivamente ad indurre in errore l’amministrazione di appartenenza circa la presenza su luogo di lavoro e costituisce, ad un tempo, condotta penalmente rilevante ai sensi del c. 1 dell’art. 55 quinquies del D. Lgs n. 165 del 2001.”
Dunque, Ai sensi dell’art. 55 quater c. 1 lett. a) del D. Lgs. n. 165 del 2001 la registrazione effettuata attraverso l’utilizzo del sistema di rilevazione della presenza sul luogo di lavoro è corretta e non falsa solo se nell’intervallo compreso tra le timbrature in entrata ed in uscita il lavoratore è effettivamente presente in ufficio, mentre è falsa e fraudolentemente attestata nei casi in cui miri a far emergere, in contrasto con il vero, che il lavoratore è presente in ufficio dal momento della timbratura in entrata a quello della timbratura in uscita.
E conclude la Cassazione, affermando che “La fattispecie disciplinare di cui all’art. 55 quater c. 1 lett. a) del D. Lgs. n. 165 del 2001 si realizza non solo nel caso di alterazione/manomissione del sistema, ma in tutti i casi in cui la timbratura, o altro sistema di registrazione della presenza in ufficio, miri a far risultare falsamente che il lavoratore è rimasto in ufficio durante l’intervallo temporale compreso tra le timbrature/registrazioni in entrata ed in uscita”.
Marco Barone

Permessi 104, dipendente li utilizza per un viaggio all’estero. I giudici stabiliscono cosa si intende per assistenza

Marco Barone

Con la sentenza n. 54712/2016  la II^ sez. della Cassazione penale 2^ entra nel merito di una questione ancora oggi controversa.
Una persona veniva condannata per il reato di truffa per avere utilizzato i permessi retribuiti di cui alla L. n. 104 del 1992, art. 33, non per assistere il familiare disabile ma per recarsi all’estero in viaggio con la propria famiglia.
La Cassazione Penale afferma che “Il testo originario dell’art. 33, comma 3, legge cit. disponeva: “Successivamente al compimento del terzo anno di vita del bambino, la lavoratrice madre o, in alternativa, il lavoratore padre, anche adottivi, di minore con handicap in situazione di gravità, nonchè colui che assiste una persona con handicap in situazione di gravità, parente o affine entro il terzo grado, convivente, hanno diritto a tre giorni di permesso mensile, fruibili anche in maniera continuativa a condizione che la persona con handicap in situazione di gravità non sia ricoverata a tempo pieno”.
Successivamente, la L. 8 marzo 2000, n. 53, art. 20, comma 1, dispose che “Le disposizioni della L. 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, come modificato dall’art. 19 della presente legge, si applicano anche qualora l’altro genitore non ne abbia diritto nonchè ai genitori ed ai familiari lavoratori, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assistono con continuità e in via esclusiva un parente o un affine entro il terzo grado portatore di handicap, ancorchè non convivente”: com’è evidente, la novità di questa norma consisteva nell’aver introdotto la locuzione: “(…) che assistono con continuità e in via esclusiva un parente (…)”.
E’ questa, dunque, la norma che, all’epoca dei fatti (settembre ottobre 2008) si applicava. La L. n. 183 del 2010, art. 24, (quindi successivamente al fatto commesso dall’imputata), eliminò i requisiti della “continuità ed esclusività” dell’assistenza per fruire dei permessi mensili retribuiti.
Attualmente, la norma – a seguito del D.Lgs. n. 119 del 2011, art. 6 – così dispone “A condizione che la persona handicappata non sia ricoverata a tempo pieno, il lavoratore dipendente, pubblico o privato, che assiste persona con handicap in situazione di gravità, coniuge, parente o affine entro il secondo grado, ovvero entro il terzo grado qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti, ha diritto a fruire di tre giorni di permesso mensile retribuito coperto da contribuzione figurativa, anche in maniera continuativa”.
Peraltro, va segnalato che la Corte Cost. con sentenza n. 213/2016, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della L. 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, comma 3, come modificato dalla L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 24, comma 1, lett. a), nella parte in cui non include il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito per l’assistenza alla persona con handicap in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine entro il secondo grado.”
Per i Giudici “ Qualunque sia la lettura che si voglia dare della suddetta normativa (e, comunque, l’una non esclude l’altra), quello che è certo è che, da nessuna parte della legge, si evince che, nei casi di permesso, l’attività di assistenza dev’essere prestata proprio nelle ore in cui il lavoratore avrebbe dovuto svolgere la propria attività lavorativa. Anzi, tale interpretazione si deve escludere laddove si tenga presente che, per la legge, l’unico presupposto per la concessione dei permessi è che il lavoratore assista il famigliare handicappato “con continuità e in via esclusiva”: ma, è del tutto evidente che tale locuzione non implica un’assistenza continuativa di 24 ore, per la semplice ed assorbente ragione che, durante le ore lavorative, il lavoratore non può contemporaneamente assistere il parente.
E’ evidente, quindi, che la locuzione va interpretata cum grano salis, nel senso che è sufficiente che sia prestata con modalità costanti e con quella flessibilità dovuta anche alle esigenze del lavoratore. Di conseguenza, se è considerata assistenza continua quella che il lavoratore presta nei giorni in cui lavora (e, quindi, l’assistenza che presta dopo l’orario di lavoro, al netto, pertanto, delle ore in cui, lavorando, non assiste il parente handicappato), ne consegue che non vi è ragione per cui tale nozione debba mutare nei giorni in cui il lavoratore usufruisce dei permessi: infatti, anche in quei giorni egli è libero di graduare l’assistenza al parente secondo orari e modalità flessibili che tengano conto, in primis, delle esigenze dell’handicappato; il che significa che nei giorni di permesso, l’assistenza, sia pure continua, non necessariamente deve coincidere con l’orario lavorativo, proprio perchè tale modo di interpretare la legge andrebbe contro gli stessi interessi dell’handicappato (come ad es. nelle ipotesi in cui l’handicappato, abbia bisogno di minore assistenza nelle ore in cui il lavoratore presta la propria attività lavorativa)”.
In conclusione, emerge questo importante principio di diritto : “colui che usufruisce dei permessi retribuiti L. n. 104 del 1992, ex art. 33, comma 3, pur non essendo obbligato a prestare assistenza alla persona handicappata nelle ore in cui avrebbe dovuto svolgere attività lavorativa, non può, tuttavia, utilizzare quei giorni come se fossero giorni feriali senza, quindi, prestare alcuna assistenza alla persona handicappata. Di conseguenza, risponde del delitto di truffa il lavoratore che, avendo chiesto ed ottenuto di poter usufruire dei giorni di permesso retribuiti, li utilizzi per recarsi all’estero in viaggio di piacere, non prestando, quindi, alcuna assistenza 

Bonus 500 euro: per cinema e musei non è richiesto biglietto nominativo

La nota Miur del 29 agosto 2016, ai fini della rendicontazione del bonus 500 euro per l’a.s. 2015/16  per l’ingresso a cinema e musei era sufficiente il biglietto. In nessuna normativa del Miur si parla di biglietto nominativo, per cui che il Dirigente Scolastico richieda una documentazione più stringente rispetto a quella autorizzata dal Miur ci sembra fuori luogo.

Suggeriamo di contattare l’RSU affinché faccia da tramite per la risoluzione di questo in realtà falso problema.
Analizziamo infatti quanto contenuto nella nota
I docenti potranno presentare come documenti che provano le spese sostenute entro il 31 agosto:
· lo scontrino fiscale;
· la ricevuta fiscale;
· la fattura;
· la ricevuta di bonifico bancario;
· il biglietto per la partecipazione agli eventi di cui all’articolo 4, comma 1 lettere d) ed e) del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 23 settembre 2015. Può essere presentato un solo biglietto per evento
Sono ammessi anche acquisti on-line purché sia possibile produrre la documentazione comprovante l’acquisto. Non sono riconosciute spese sostenute in Paesi nei quali non sono previsti strumenti di rendicontazione della spesa.

ESPANDI Graduatorie ad esaurimento non si aggiornano fino al 2018/19, graduatorie di istituto II e III fascia nel 2017. Cambio provincia, disallineamento e problematiche

giovedì 15 dicembre 2016

Finora gli aggiornamenti delle graduatorie ad esaurimento e delle graduatorie di istituto sono stati paralleli, per cui non si è avuto nessun problema ad allineare i punteggi dei docenti.
Ricordiamo infatti che la prima fascia delle graduatoria di istituto è mutuata dalle Graduatorie ad esaurimento, nel senso che vi si accede con lo stesso punteggio della GaE (la provincia scelta può invece essere diversa).
E tuttavia quest’anno la normativa impone una modifica. Il decreto Milleproroghe dello scorso anno ha già stabilito che l’aggiornamento delle graduatorie ad esaurimento è slittato all’a.s. 2018/19 (e di conseguenza anche la prima fascia delle graduatorie di istituto), mentre si aggiorna nel 2017 per il prossimo triennio la II fascia delle graduatorie di istituto, cui si è aggiunto – con il Milleproroghe 2017 – l’aggiornamento della III fascia.
Il problema è già stato messo in evidenza dai sindacati in occasione dell’incontro per la correzione degli errori nelle nuove classi di concorso. Così la Cisl
“Tenendo conto che le GAE non si aggiornano fino al 2018/2019 mentre sono soggette ad aggiornamento quelle di istituto; ne potrebbe discendere che la prima fascia conservi le vecchie classi di concorso mentre la II e la III sarebbero costituite con le nuove. Una prospettiva che solleva non poche perplessità, e comunque un dubbio da sciogliere, al fine di evitare disomogeneità e ingiuste penalizzazioni del personale”
Il problema riguarda i docenti inseriti sia in prima fascia delle graduatorie di istituto che in II e/o III fascia, per differenti classi di concorso. Sarà possibile cambiare provincia? Tale modifica riguarderà anche la prima fascia, ma con il punteggio del 2014?
E ancora, si aggiornano II e III fascia delle graduatorie di istituto, mantenendo la prima fascia con le vecchie?
Nelle prossime settimane, attraverso il decreto sulle classi di concorso, bisognerà dare certezze su queste problematiche.

Il governo Gentiloni è una sfacciata fotocopia del precedente, con un prestanome alla guida.

martedì 13 dicembre 2016

Neanche le batoste popolari insegnano niente a Renzi e ai suoi.

Abbiamo scritto nei giorni scorsi che l’ondata dei NO che ha travolto Renzi e il suo governo è certo dipesa anche dalla volontà generalizzata di difendere ciò che resta di una democrazia istituzionale già massacrata da un ventennio di “maggioritario”, nonché una Costituzione già drasticamente ridimensionata da tutti i governi degli ultimi decenni; ma che ancor più decisivo, è stato il netto rifiuto popolare delle politiche sociali ed economiche del governo Renzi, e in particolare della “cattiva scuola” della legge 107 e del Jobs Act. 
Del peso che sui NO hanno avuto tali leggi, si sono mostrati consapevoli quasi tutti i commentatori politici ma, almeno così pareva, anche Renzi e il PD. 
In tal senso, le voci sugli imminenti “licenziamenti” dei due ministri/e (oltre a quelli della Boschi, “titolare” della sciagurata riforma costituzionale e della Madia, responsabile della altrettanto indigeribile riforma della P.A) ai quali venivano addebitate le due ignobili leggi, potevano far credere ad una volontà almeno di eliminare alcuni dei punti maggiormente scandalosi di essi. 
Macché: la composizione effettiva del governo ci mostra una spudorata fotocopia del precedente governo, con un prestanome alla guida, con la stragrande maggioranza dei ministri rimasti al loro posto, Boschi solo spostata di scranno, Poletti e Madia inamovibili (e dunque piena conferma del Jobs Act e della riforma P.A.), con qualche scambio di ruoli - modello “al peggio non c’è mai fine” - tipo Minniti agli Interni e Alfano agli Esteri, e con un solo, vero licenziamento, quella della Giannini, evidentemente l’unica della “banda” a non avere santi nel “paradiso” PD.
Solo che la sostituzione della Giannini - che di certo non verrà rimpianta - con Valeria Fedeli è uno di quei casi in cui il detto “dalla padella alla brace” calza a pennello. 
Infatti, mentre la maggioranza dei docenti ed Ata guarda con sconforto e sconcerto alla definitiva affermazione della “scuola fabbrica”, con presidi padroni alla Marchionne, Renzi piazza al MIUR una sua pasdaran, Valeria Fedeli, che, prima di divenire vicepresidente del Senato, era stata per dieci anni alla guida dei tessili della Cgil e che, per almeno quindici anni, si era occupata solamente di politica industriale liberista, cooperando con Bersani ed altri sull’esaltazione della competitività aziendale, e non occupandosi mai di scuola se non per condividere la sua subordinazione alle esigenze delle aziende liberiste, secondo le linee-guida della poi abortita riforma Berlinguer.
Con questi precedenti temiamo che la 107 , con i suoi presidi onnipotenti, la grottesca Alternanza scuola-lavoro coatta, il ridicolo “bonus” distribuito ai più “fedeli” (appunto), l’umiliazione e l’espulsione di una moltitudine di precari, non verrà certo intaccata da pacate discussioni/contrattazioni al MIUR, con una ministra che, agognando piuttosto ad occuparsi di competizione industriale, vedrà di buon occhio la mutazione delle scuole in fabbriche, con docenti ed Ata mutati in “operai flessibili” disposti ad ogni incombenza per aumentare la “produttività” dell’azienda-scuola e con, al di sopra, il suddetto preside simil-Marchionne.
Insomma, se a questo aggiungiamo la farsesca “offerta” contrattuale (dopo 7 anni di blocco e di perdita salariale del 20%) di circa venti euro lordi medi di aumento mensile (in base non alle chiacchiere governative ma alle cifre effettivamente stanziate nella Legge di stabilità), con in più l’introduzione nel contratto di tutto il peggio della 107, crediamo che l’unico “contatto” efficace con la nuova ministra lo avremo solo portandole sotto le finestre del MIUR considerevoli cortei di docenti ed Ata, magari insieme a studenti e cittadini desiderosi di difendere e migliorare la scuola pubblica.

Powered by Blogger.